25 luglio 2012
Una politica culturale, se fatta come si deve, può far girare l'economia

Una politica culturale, se fatta come si deve, può far girare l’economia
20 domande a Diletta Fallani , 26 anni, responsabile del settore cultura per il Pd Livorno
È buono il livello culturale della nostra città?
«Penso che ci siano tante risorse sia umane che non , ma che entrambe non siano sfruttate come si dovrebbe».
Dove trovi elementi critici?
«Nella visione un po’ miope di chi dovrebbe amministrare e nella paura di osare, invece di pensare davvero in grande».


Quali azioni hai messo in programma da quando sei responsabile del settore?
«Ho presentato molte proposte che sarebbero in grado di creare un binomio cultura-turismo e proposte culturali che potrebbero trasformarsi anche in posti di lavoro».


Trovi difficoltà all’interno del Pd?
«Si. Sarei bugiarda a dire che non trovo difficoltà. Siamo molte anime diverse e spesso dal confronto si vengono a creare scontri. Forse il motivo è che le persone sono troppo atte a difendere la loro visione per provare a capirne un’altra».


La crisi dell’economia è tale che il tema della cultura e delle attività connesse rischiano di andare in secondo piano…
«Penso che una politica culturale, se fatta come si deve, possa far girare l’economia. Molte città in crisi hanno investito in cultura, hanno ottenuto buoni risultati e come dicevo prima posti di lavoro».


Hai rapporti con i tuoi colleghi del Pd di Pisa?
«Sinceramente non ancora e questo non va bene. Ma conto che a breve si sviluppino, perché Pisa è una città che ci può insegnare molto».


Nella nota di presentazione del Segretario Lippi apparsa sul sito del Pd di Livorno, c’è un accenno ai rapporti con Collesalvetti e Pisa; non è un po’ poco per il futuro di questa area “vasta”?
«Penso che sia poco. Quando si parla di area vasta si dovrebbe avere una visione più ampia di quella che comprende Collesalvetti e Pisa. Se posso permettermi, aggiungo anche che non penso ci sia soltanto un’area vasta ma che in base al settore che si vuole trattare ce ne siano più di una, di aree di interesse».


Vorresti una nuova classe dirigente con più giovani e più donne?
«Giovane non significa per forza cambiamento, ci sono molti giovani più vecchi e conservatori di un cinquantenne. Non è l’età o il sesso che fa la differenza, ma le capacità e la serietà della persona».


La commissione pari opportunità, il centro donna ecc. danno dei risultati?
«Ritengo che siano due realtà che danno un contributo positivo alla città».


In una città ed una regione che vantano tradizioni di grande democrazia, troviamo solo uomini ai vertici delle istituzioni e spa pubbliche; quindi le quote rosa?
«Non sono in grado di dire se le cose andrebbero meglio o peggio con più donne nei posti di comando, ma penso che non sempre le quote rosa hanno dato i risultati sperati. Come ho già detto prima la differenza non è fatta dal sesso, ma da quanto “sale” ha la persona in zucca».


La situazione che ha portato al governo Monti sembra richiedere cambiamenti rapidi sia del nostro modo di vivere, sia nelle istituzioni che infine nei partiti; lo stiamo facendo?
«Se al governo del nostro paese abbiamo dei tecnici invece che dei politici, è evidente che sia a destra che a sinistra la politica ha fallito. I partiti per continuare a vivere devono cambiare il loro modo operandi e tornare ad ascoltare le persone e lavorare per loro. Se ciò non avverrà sarà la fine della politica».


Al recente convegno ”Investire in cultura” – promosso dal Museo del Mediterraneo e Fondazione Cassa Risparmi – non ho visto la presenza dei partiti, né commenti successivi, né impegni degli enti locali. Eppure si è affermato che il settore dei beni culturali genera crescita e lavoro; ci sarà una svolta?
«Lo dico da tanto tempo e proprio per questo motivo, non capisco perché la cultura che dovrebbe essere una risorsa per riemergere dal baratro viene, invece, sempre privata di fondi. Per quanto riguarda le assenze in sala deve chiederlo a chi non era presente».


Come valuti il lavoro costante e direi coraggioso di associazioni come il Centro artistico Grattacielo o del Cinema Kino Dessè, che sopravvivono tra mille difficoltà?
«Sono due realtà che quando posso frequento molto volentieri. Trovo coraggiose le loro scelte e noto con piacere che anche molte altre persone condividono questo mio parere. Arte e cultura non sono soltanto parole se si sa quale messaggio si vuole trasmettere, e loro lo sanno».


Da tempo i ragazzi tra i 16 ed i 25 anni non si impegnano nei partiti; non sono attratti dalla politica “tradizionale”; è così?
«È così, io ho 26 anni e molti dei miei amici continuano a domandarmi perché faccio politica e rinuncio a molte cose per farla. Semplice: non voglio che altri decidano del mio futuro senza almeno aver potuto dire la mia. La politica è il quotidiano di tutti i giorni e le condizioni in cui ci troveremo un domani. Prima i giovani lo capiranno meglio sarà per tutti. Mi risulta che ci sia sfiducia e questo mi dispiace molto. Questo è un chiaro sintomo di un malessere diffuso che a mio avviso non va sottovalutato».


Che cosa si può fare per battere questa “cultura” della raccomandazione e conquistare la loro fiducia e stima?
«Andare in fondo al problema, cercare di capire il perché questo pensiero sia così diffuso e, qualora fosse giusto, prendere subito i provvedimenti adeguati al caso».


Ho letto di recente un articolo di Pasolini del 1974 sul problema droga; qual è oggi il rapporto dei ragazzi con la droga? Come lo hai vissuto tu dagli anni del liceo ad oggi?
«Diciamo che in questa società fa più notizia un ragazzo che si droga piuttosto che dieci che non lo fanno. Siamo in una società, e mi permetto di dire anche in una città, dove si pone l’accento su ciò che fa più notizia tralasciando magari quello che, bello o giusto, non la fa. Per quanto mi riguarda penso che certe droghe andrebbero liberalizzate e vendute, con una ricetta medica, in farmacia. In questo modo tutto sarebbe alla luce del sole, facilmente controllabile e la malavita organizzata perderebbe il più enorme affare che la sostiene».


Come ti informi ogni giorno?
«Leggo ogni giorno più giornali possibile e di ogni tipo, ma questo avviene molto per mezzo del computer. Mi piace il giornale cartaceo e lo compro, ma internet permette un notevole risparmio di denaro».


Hai creato una tua lista di indirizzi email e lavori in rete?
«Avevo facebook e di certo questo facilitava le mie comunicazioni, ma dopo un po’ ho deciso di toglierlo perché un social network non deve sostituire il lavoro politico sui territori. Quindi sono tornata alle vecchie e sane abitudini. In futuro deciderò cosa fare».


Hanno un futuro i giornali in rete come il nostro Ognisette?
«Certo. Penso proprio di sì».


Bianca Morelli

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