23 maggio 2012
Nessun governo ha capito che la scuola è un settore produttivo

Riportiamo di seguito l’intervista alla responsabile scuola dell’unione Comunale del PD di Livorno Sonia Filippi, rilasciata al settimanale online OgniSette.it (maggio 2012).

ISTRUZIONE. Nessun governo ha capito che la scuola è un settore produttivo
Intervista a Sonia Filippi, responsabile scuola Unione Comunale Pd Livorno

“La scuola ha rappresentato e può continuare a rappresentare una risposta concreta ai conflitti sempre più evidenti di una società fortemente complicata ed iniqua. E’ attraverso una formazione continua e permanente che l’individuo acquista quelle competenze e quei saperi necessari allo sviluppo del singolo e della collettività”. Queste sono solo alcune delle considerazioni di Sonia Filippi, responsabile scuola Unione Comunale del Pd Livornese, su un argomento che sta passando, a causa della crisi, troppo in secondo piano. A lei abbiamo voluto rivolgere alcune domande.

Lei nella segreteria comunale del Pd, ha l’incarico per l’ istruzione dal novembre 2011; perché le è stato affidato questo settore e che cosa ha fatto?

«Sono insegnante della scuola elementare e mi interesso della politica scolastica da molti anni. Il lavoro che ho avviato è coinciso quasi subito con la organizzazione della conferenza di programma, e quindi abbiamo svolto alcune riunioni per preparare il documento che ora passerà all’esame dei circoli e che diventerà la base per la discussione».

Qual è l’ambito di riferimento?

«La scuola dell’infanzia: nidi e materne; la primaria; la superiore di 1°grado e la superiore di 2°grado. Per l’università è incaricata oggi Paola Volpi, che nella precedente segreteria si occupava dell’intero settore».

Entriamo nel merito; perchè criticate la riforma del ministro Gelmini?

«Dal 1990 la scuola si era arricchita di figure complementari all’insegnante unico. Era un passo in avanti sia per l’integrazione di soggetti in difficoltà, sia per l’apprendimento di materie specifiche oggi necessarie. Gelmini ha criticato l’organizzazione della scuola parlando di fannulloni e di spreco di denaro per il grande numero di insegnanti e la pluralità per ogni classe della primaria».

Forse Gelmini aveva qualche ragione; c’è stata una tendenza ad infoltire la pubblica amministrazione anche negli enti locali; che cosa ne pensa?

«Non nella scuola primaria. Cito un dato inequivoco: l’Ocse ha valutato la nostra scuola primaria fra le prime posizioni al mondo per l’impianto pedagogico-didattico contenuto nei suoi programmi. Quindi siamo certi che il modello era corretto sia per il numero degli alunni per classe, sia per l’articolazione degli insegnanti. Gelmini ha seguito le indicazioni del ministero dell’economia. Ma qui sta la carenza generale nei confronti della scuola».

Perché?

«Nessun governo ha capito che la scuola è un settore produttivo. La scuola ha più funzioni: educare – gestire i conflitti – estrarre le potenzialità degli studenti – creare opportunità.

Quindi la scuola non è una monade a parte ma deve essere considerata come parte integrante di tutti i campi».

Può proseguire specificando con qualche esempio?

«Educare: significa fornire elementi indispensabili per vivere nel mondo attuale con uno sguardo almeno europeo. Gestire i conflitti: i ragazzi soffrono le situazioni di separazione dei genitori, la condizione di immigrati ecc. e la scuola è un luogo dove si possono mitigare i conflitti che nascono e pesano sui ragazzi. Estrarre le potenzialità: cioè selezionare i meriti e far crescere una giusta emulazione».

Per questi compiti occorrono insegnanti particolarmente formati?

«Certo. E finora le scuole ed i loro insegnanti hanno supplito autogestendo tutte le nuove situazioni che sono indubbiamente delicate e difficili. Pensi soltanto ai ragazzi con qualche disturbo specifico di apprendimento».

Quale differenza tra le scuole statali per l’infanzia e quelle comunali?

«Purtroppo queste scuole non rientrano nella scuola dell’obbligo. Quelle statali sono state create per prime, mentre le comunali sono nate per rispondere alla sempre maggiore richiesta. Oggi che le donne lavorano in numero sempre maggiore l’esigenza è diventata forte e la parte pubblica non ce la fa a coprire la domanda. Sono quindi nate anche scuole private che peraltro sono costose».

Com’è la situazione in Toscana?

«La Regione Toscana ha investito molto nelle scuole dell’infanzia ma non ce la fa egualmente a coprire la domanda. E’ di ieri la denuncia del presidente dell’Anci nazionale che nella sua città Reggio Emilia, non potrà aprire tutte le scuole in mancanza di un aumento delle rette».

Si sente proporre la cessazione delle costose missioni militari all’estero per destinare le somme alla creazione di nuovi asili; il Pd che deve guardare all’insieme dei problemi come risponde? E Lei che ne pensa?

«Si potrebbero ricavare finanziamenti risparmiando oltre che dalle spese militari troppo spesso, a mio parere, in eccesso, anche da altri capitoli riguardanti la spesa pubblica. In un momento di crisi è chiaro che i soldi non ci sono; vanno quindi individuate le risorse riducendo le spese in eccesso».

Quali sono oggi le principali esigenze della scuola?

«La scuola italiana ha necessità di interventi che riguardano: l’edilizia scolastica, molti istituti non sono a norma; la dispersione scolastica, il 40% degli alunni abbandona prima del conseguimento del diploma; il tempo scuola: i ragazzi hanno diritto a frequentare attività propedeutiche a tutto ciò che concerne l’istruzione ed il suo ampliamento.

Soprattutto la scuola dovrebbe usufruire di maggiore autonomia».

Per avere insegnanti qualificati occorre poter valutare il loro lavoro? È possibile arrivare a stabilire criteri di valutazione e metterli in atto sino al punto di espellere coloro che non sono all’altezza?

«L’unica valutazione ad oggi esistente è quella dell’Invalsi che però risulta essere poco corrispondente alle esigenze scolastiche territoriali. Sono comunque favorevole alla valutazione che può consentire di individuare i punti di forza e quelli di debolezza delle scuole, ma a patto poi di poter intervenire su questi».

Esistono ancora le differenze denunciate da Don Milani tra ragazzi che abitano nei centri urbani e quelli che vivono nelle periferie?

«A scuola le differenze si vedono e sono in aumento. Sono diversità culturali, sociali, di appartenenza ad altri Paesi, di difficoltà di apprendimento e potrei continuare ancora. Sicuramente in una classe si evidenziano le diversità ma, una buona scuola, deve saper colmare quegli svantaggi che ritardano e/o pregiudicano l’apprendimento adottando misure individualizzate consone a ciascun alunno».

Ruggero Morelli

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